1° Pubblicazione

Il Coro Ligneo della Chiesa del Carmine di Polizzi Generosa

Nel IV secolo ad opera del papa S. Damaso ha inizio la codificazione delle norme per recitare il divino ufficio, l’uso del coro e degli stalli corali. Dapprima i coristi salmodiavano stando tutti in piedi attorno al leggio e solo ai più vecchi era consentito potersi appoggiare ad un bastone. In seguito per rendere più comoda la vita nel coro si crearono le cosiddette “indulgenze” consistenti in sporgenze lignee fissate alle pareti, usate dai chierici per il sostegno delle braccia, consentendo loro di stare più facilmente in posizione eretta. Col tempo, sotto la “indulgenza”, si aggiunse un piccolo sedile mobile che prese il nome di “pazienza“, probabilmente a causa della scomoda posizione alla quale è costretto il corista quando lo usa. Dai semplici arredi corali arcaici si passò gradatamente alle grandiose opere a più ordini di stalli che a tutt’oggi decorano le chiese cattedrali, abbaziali, conventuali e in genere quelle di tutte le congregazioni nate prima della controriforma che avevano l’obbligo della recita comunitaria della liturgia delle ore. I componenti di tali comunità spesso si dividevano in coristi e conversi, questi ultimi non partecipavano alle attività corali. Il coro è il luogo dove i frati di cenobio si riuniscono in diverse ore del giorno e della notte per lodare il Padre Celeste. Iniziano col canto del mattutino, verso l’una di notte, proseguono con le lodi, poco prima di fare giorno, alle quali segue la recita delle ore canoniche: la prima, la terza, la sesta e la nona, infine i vespri e la compieta, preghiera con la quale chiudono la giornata attendendo la venuta del Signore e potere cantare finalmente l’inno dei salvati.

I carmelitani presenti a Polizzi Generosa dagli inizi del 1500, ebbero concesso nel 1549 dalle autorità civiche il convento di San Giuliano, già appartenuto ai Domenicani. Da come si rileva in due importanti manoscritti e precisamente la “relazione” di Francesco Mistretta del 1607 gli scritti del frate Gioacchino Di Giovanni del VIII secolo, il convento, che aveva preso il nome di Santa Maria del Carmine, fu chiuso nel 1653 per effetto della riforma voluta da Innocenzio X. Nel 1665 fu riaperto e affidato ai carmelitani di Montesanto che lo tennero fino al 1866 anno in cui a causa delle leggi eversive che soppressero le congregazioni religiose fu definitivamente chiuso, lasciando in funzione la chiesa per la pratica del culto. Il coro dentro la chiesa di Santa Maria del Carmine è sistemato sul piano di calpestio del grande arco sopra la porta principale. In origine vi si accedeva direttamente dal convento mentre ora si può raggiungere attraverso una scala chiocciola in ferro ricavata nell’attiguo oratorio dei confrati del SS. Crocifisso, da anni in disuso.

Il coro si presenta mutilato nella sua struttura originaria poiché conserva solo una fila di stalli di nove posti priva di inginocchiatoi e di leggii. Gli stalli sono costruiti con legno di noce e gli intarsi monocromi delle undici spalliere sono realizzati con legno di bosso. Il manufatto artistico risale ai primi decenni del 1700, realizzato probabilmente prima del cassone di sacrestia della stessa chiesa, datato 1732, che evidenzia l’uguale tecnica di realizzazione e decorazione.

Con molta probabilità il complesso ligneo fu fatto eseguire dall’antica e potente famiglia dei Rampolla per come si evince dallo stemma gentilizio intarsiato nel pannello superiore dello stallo centrale. Gli stalli presentano una decorazione ad intaglio con motivi fitomorfi, piccoli elementi torniti nei braccioli e pannelli intarsiati nelle spalliere, riquadrate da modanature e divise l’una dall’altra da paraste sormontate da capitelli. Nei pannelli sono raffigurati simboli cristologici, della mistica cristiana e dell’ordine carmelitano.

Nei due pannelli del primo stallo sono raffigurati: in una il pellicano che si lacera il petto con il becco per nutrire col proprio sangue i suoi pulcini; l’uccello, simbolo del sacrificio di Gesù Cristo sulla croce, è anche l’attributo della carità personificata. Nell’altro la tarsia raffigura un corvo, su alcune fronde, simbolo della morte imminente e della caducità dell’esistenza umana. Il verso del corvo “cras” in latino significa “domani”, cioè che sta per accadere. La rosa dei venti è intarsiata nel pannello del secondo stallo ed è ripetuta anche nell’ottavo. La raffigurazione della rosa dei venti è data da una stella ad otto punte, quattro delle quali più lunghe; in genere rappresenta le quattro parti della terra. In questo caso è invece da intendersi come simbolo astrale, quindi non più rosa ma stella, la “stella radiosa del mattino” (Apocalisse, 22, 16), ovvero Gesù Cristo il “Sole dei giusti” il quale con la Sua incarnazione e passione ha riscattato il genere umano dal peccato originale. La tarsia del terzo stallo raffigura un mazzo di fiori. Il carmelitano S. Giovanni della Croce intende il fiore come immagine della virtù dell’anima e il mazzo di fiori come segno della perfezione spirituale. Il pavone decora il quarto stallo, l’animale è il simbolo dell’immortalità e della resurrezione di Cristo. Gli antichi credevano che la carne dell’uccello, dopo la sua morte, non si decomponesse. In altri contesti simboleggia la superbia. Il pannello centrale del coro reca le

insegne di casa Rampolla consulenti in una lancia sostenuta da due leoni coronati controrampanti ed affrontati. Al di sotto di tale decorazione araldica si riscontra un intarsio raffigurante un cuore trafitto e sormontato dai tre chiodi del Crocifisso, attributo della grande madre Santa Teresa d’Avilla (1515-1582) riformatrice dell’ordine carmelitano. Il settimo pannello, corrisponde alla spalliera del sesto stallo, evidenzia una tortora con un fiore; l’uccello, che nella simbologia cristiana ha molta affinità con la colomba, di solito è simbolo di timidezza e ricorda il timor di Dio, mentre il fiore simboleggia l’effimero. La melagrana aperta decora la spalliera del settimo stallo; il frutto è un antico simbolo pagano utilizzato in seguito nell’iconografia cristiana dove oltre ad essere simbolo di vitalità, per l’abbondanza dei sui semi, e della resurrezione di Cristo, è anche l’attributo del’amore misericordioso che è incommensurabile. Il nono stallo, così come il primo, presenta due pannelli, nel primo è raffigurata una ghirlanda con foglie di cardo; tale pianta simboleggia i dolori della vita terrena e la rassegnazione cristiana nella sopportazione delle sofferenze. La colomba con un tulipano decora l’altro pannello; il volatile, nell’arte cristiana, è generalmente l’attributo dello Spirito Santo. In questo contesto assume diversi significati l’ingenuità, la fedeltà eterna e la purezza. Quest’ultima è sottolineata maggiormente dal tulipano che nell’iconografia sacra ha la stessa valenza del giglio. La colomba simboleggia inoltre la speranza per un ritorno ala vita, non sulla terra come per gli uomini che si rifuggiarono nell’arca di Noè, ma nel cielo dove l’anima anela per trovare la vera pace.

Felice Dell’Utri

2° Pubblicazione

Il Crocifisso

Il simulacro del SS. Crocifisso che si venera nella chiesa del Carmine di Polizzi Generosa è ritenuto, da molti studiosi, opera di Francesco Gallusca, scultore palermitano vissuto nel XVII secolo, allievo laico di Frate Umile da Petralia.

Il sac. Michele Lunetta, storico locale del XIX secolo, nel suo manoscritto del 1868,c.288, “Brevi cenni storici sulle antichità della città di Polizzi Generosa, estratti da vari manoscritti per me sac. Michele Lunetta”, cita il Crocifisso quale opera del Gallusca, allievo del Pintorno <… fu secolare scultore nel XVII secolo, allievo di Frate Umile da cui apprese l’arte nel chiostro di S. Antonino, ispirandosi come il maestro >.

Il Lunetta ci informa inoltre sulla probabile committenza dell’opera <…. Dicesi, che la bellissima immagine sia stata fatta a spese d’una dama polizzana della famiglia Gagliardo e conservasi nella propria Cappella assieme alla figura dell’Ecce Homo. ( Cfr. V. Abbate, Polizzi-I grandi momenti dell’arte, edizioni Lussografica, Caltanissetta 1997, pag. 145 )

P. Giuseppe Orlando, nella sua pubblicazione del 1888, “Storia del Santuario di Santa Maria di Gesù vicino Palermo”, seconda edizione aggiornata, ci informa, a pag. 154, che il Crocifisso è opera di Francesco Gallusca e che il pregevole simulacro fu in seguito comprato da uno scultore e mandato a Polizzi nella chiesa del Camine. ( Cfr. R. La Mattina F. Dell’Utri, Frate Umile da Petralia, l’arte e il misticismo, edizioni Lussografica, Caltanissetta 1987, pagg.92-93 )

Lo storico P. Damiano Neri, nella sua pubblicazione “ Scultori francescani del Seicento in Italia”, Pistoia 1952, pag. 186, così si esprime: <….Sebbene non appartenga all’Ordine francescano, frequentò con particolare interesse la “bottega” di S. Antonino di Palermo e divenne ben presto un discepolo molto apprezzato e stimato da Fra Umile. Egli tratta i suoi Cristi con una finezza e delicatezza che rasenta talvolta il ricercato e il lezioso; come pure può essere discusso l’accentuato sentimento che imprime nei volti ad alcuni suoi Cristi morenti >.

Il Gallusca è citato inoltre da altri studiosi del passato come P. Angelico da Ciminna, nel volumetto, del 1913, dal titolo “Frate Umile da Petralia, scultore del sec. XVII”; da P. Ludovico Mariani O.F.M., in: “La Chiesa di S. Antonio

Particolare del Crocifisso del Gallusca riportato nel libro di P. Damiano Neri, del 1952, pag.187 di Padova in Palermo”, (1955); da Alfonso Frangipane, in: “Brutium n.5, anno 1934, pag. 10; da P. Matteo da Polizzi “B. Umile da Petralia e la sua arte”, in: Sicilia Serafica, anno I, n.7, Palermo 1955, pag.8.

Tale attribuzione, riportata da tutti, anche in tempi più recenti, viene del resto avvalorata non da semplici intuizioni personali ma da precisi riscontri stilistici e tecnici con i Crocifissi realizzati dal grande maestro di Petralia Soprana Giovanni Francesco Pintorno.

Un’antica tradizione vuole che l’autore del pregevole simulacro non riusciva a realizzare il Volto di Cristo. Il mattino dopo, pare, “abbia trovato l’opera miracolosamente realizzata da mano divina”. (G. Speranza Cascio, L’Antico culto del SS. Crocifisso a Polizzi Generosa-onorato e venerato nella chiesa del Carmine, 2002, pag. 8)

I polizzani sono assai devoti alla sacra immagine che viene portata in processione, ogni anno, il 3 Maggio, alla quale partecipa una moltitudine di fedeli di cui molti a piedi scalzi. In tale occasione i Deputati indossano una mantellina di velluto rosso con l’immagine del Crocifisso sul lato sinistro. A conclusione della festa, il 4 Maggio, viene proclamato il nuovo Depositario, in base all’art. II del capitolo dello stesso statuto.

3° Pubblicazione

L’ Ecce Homo

Fra gli Ecce Homo in legno policromo realizzati in Sicilia nella seconda metà del XVII secolo assume particolare importanza quello attribuito allo scultore palermitano Francesco Gallusca, unico allievo laico di Frate Umile da Petralia nella bottega di S. Antonino di Palermo.

La pregevolissima scultura, a grandezza naturale, ubicata nella chiesa del Carmine di Polizzi Generosa, dove si conserva anche un venerato Crocifisso ligneo policromo dello stesso autore, presenta numerose analogie con le opere del suo grande maestro Giovanni Francesco Pintorno, come l’abbondante sangue, realizzato con la ceralacca, proveniente dalle numerose ferite sparse in tutto il corpo di Cristo, a seguito della Sua flagellazione; le tipiche tumefazioni e lividure provocate dalle percosse; la folta corona di spine, di cui una conficcata nel sopracciglio sinistro, ecc. Nel dorso, inoltre, è presente un profondo squarcio della pelle che lascia intravedere la colonna vertebrale; questo particolare è certamente ripreso dal più noto Ecce Homo di Calvaruso, ma che si riscontra anche in altri simulacri lignei dello stesso soggetto, di autore ignoto, che si conserva a Gangi nella chiesa del SS. Salvatore.

L’opera d’arte si trova attualmente in cattivo stato di conservazione. Meriterebbe un accurato restauro che la riporterebbe al suo primitivo splendore, mantenendo tutte le peculiarità (soprattutto la disposizione del sangue a rilievo “ceralacca”) di quell’arte che il Gallusca apprese nella bottega di S. Antonino di Palermo a contatto con il suo grande maestro, ed evitando pesanti ridipinture arbitrarie e rifacimenti cromatici che solitamente falsano l’originalità dell’opera d’arte.

4° Pubblicazione

Francesco Gallusca sec. XVII

Cenni biografici

Il primo storico che accenna su Francesco Gallusca fu il polizzano del XIX secolo sac. Michele Lunetta, nel suo manoscritto del 1868,c.288, “Brevi cenni storici sulle antichità della città di Polizzi Generosa, estratti da vari manoscritti per me sac. Michele Lunetta” < fu scultore nel XVII secolo, allievo di Frate Umile da cui apprese l’arte nel chiostro di S. Antonino, ispirandosi come il maestro >.

P. Giuseppe Orlando, autore della pubblicazione “Storia del Santuario di Santa Maria di Gesù vicino Palermo”, seconda edizione aggiornata, Palermo 1888, pag. 154, nel trattare della scuola del Pintorno accenna anch’egli a Francesco Gallusca quale autore del Crocifisso e dell’Ecce Homo che si conservano nella chiesa del Carmine di Polizzi Generosa.

Numerosi altri studiosi, fra cui Ludovico Mariani, Alfonso Frangipane, P. Matteo da Polizzi, Luigi Sarullo, ecc., nel citare lo scultore hanno sempre riportato le scarne notizie descritte dal Lunetta e dal P. Orlando.

L’autorevole studioso francescano del XX secolo, P. Damiano Neri, così si esprime sull’artista, nel suo libro dal titolo “Scultori francescani del Seicento in Italia”, Pistoia 1952, pag. 186 <…Sebbene non appartenga all’Ordine Francescano frequentò con particolare interesse la “bottega” di S. Antonino in Palermo e divenne ben presto un discepolo molto apprezzato e stimato di Fra Umile. Egli tratta i suoi Cristi doloranti con una finezza e delicatezza che rasenta talvolta il ricercato ed il lezioso: come pure può essere discusso l’accentuato sentimento che imprime nei suoi volti ad alcuni Cristi morenti. E’ tenuto in grande stima un Crocifisso di lui che si venera nella chiesa di S. Anna (sic.!) in Polizzi Generosa (Palermo)>.

Rosolino La Mattina già Restauratore Capo della Soprintendenza Beni Culturali (sez. Storico-Artistica) di Palermo.